Città universitaria, Leida, come è nota in italiano è un luogo definito “senza inferriate” e che vanta musei e gallerie da far inviadia ad una metropoli

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“Uh, i ladri ci sono anche da noi e ci sono telecamere di protezione”, assicura la guida di Leiden (Leida in italiano), la città universitaria olandese a 12 chilometri dal mare dove, nel 1606, è nato il pittore Rembrandt. Un nome di richiamo per la città, presso il cui ateneo sono transitati diversi premi Nobel, anche se ai comuni mortali rimane impresso quasi esclusivamente quello di Albert Einstein, che vi ha insegnato per anni.

Di Rembrandt, a Leiden, resta poco più del nome. Perché nel museo d’arte ci sono appena due quadri giovanili, perché della sua casa non c’è che una targa, oggi nascosta perfino dai ponteggi della ditta che si sta occupando di ristrutturare lo stabile. Che non è nemmeno quello storico, a due passi dalla piazza e dal ponte che portano il suo nome. Il giovane, borghese dal grande talento, era iscritto all’università locale: ma più che assistere alle lezioni sembrava interessato alle riduzioni garantite agli studenti per l’acquisto di alcolici. Ma questi sono dettagli, il resto è storia dell’arte.
Nella città senza inferriate si cammina tra i navigli: 28 chilometri di canali di acqua dolce lungo i quali c’è chi si diletta con canottaggio e vela. E se non fosse che da otto anni non fa così freddo da rendere il ghiaccio assolutamente resistente, anche con il pattinaggio. Auto parcheggiate a ridosso dell’acqua a parte, il paesaggio è quasi incantato.

Leiden è una città di 120.000 abitanti, di cui un sesto studenti, con una buona percentuale di stranieri. Si vanta di avere 13 musei, di cui 4 nazionali: la più alta densità dei Paesi Bassi. È una città sviluppata in largo, non in alto. La fortezza costruita su un’altura artificiale in pieno centro è il punto più elevato, se si esclude l’edificio vicino alla stazione dei treni: diverse decine di scalini e il gioco è fatto.
Nella città senza inferriate i piani terra sono il termometro dell’apparente serenità della vita. Talvolta non ci sono nemmeno le tende e si può quasi immaginare quello che si consuma al di là dei vetri come avrebbe saputo fare Georges Simenon, lo scrittore belga indagatore dell’animo umano.
Camminando per la quasi fatata Leiden ci si chiede da dove siano sbucati i vandali olandesi che avevano devastato Roma in occasione della partita di calcio tra i giallorossi ed il Feyenoord. Civilissima e tollerante, la sua famosa università, la più antica dell’Olanda, ha una cattedra in studi islamici da oltre 400 anni.

A Leiden si consuma un’esistenza lontana anni luce dalla frenesia: gente che si gode il sole seduta ai tavolini degli innumerevoli bar e ristoranti (260 in totale), gente sdraiata in barca che si lascia cullare dall’impercettibile movimento dell’acqua (che grazie ad un sistema di pompe viene non solo tenuta pulita, ma non diventa mai “alta”, come a Venezia), gente che gira in bici (quante bici!), gente che passeggia. Solo nei pressi della stazione ferroviaria si avverte qualcosa che si avvicina alla fretta che coinvolge i pendolari la cui prima tappa è in bicicletta. Ad Amsterdam, raccontano in città, servono tre lucchetti, mentre a Leiden ne bastano due: anche l’Olanda ha il suo lato debole. Il servizio postale si può concedere il lusso di lasciare la corrispondenza incustodita, ma solo sulla bici ben legata.

La solidarietà è diffusa ed ha origini antiche. I notabili della città usavano ingraziarsi il sovrannaturale occupandosi dei poveri, alloggiati e sfamati in edifici destinati espressamente allo scopo. Si tratta di sobri “ricoveri” oggi trasformati in fondazioni che ospitano studenti (e non solo). Sono edifici con curatissimi giardini interni per i quali i giovani si mettono in coda. C’è da capirli: silenziosi appartamentini in grado di ospitare due persone al costo di 3/400 euro al mese. E non a testa: quando si dice che lo studio viene sostenuto…

I tulipani sono arrivati a Leiden: nel 1593 venne piantato il primo dei Paesi Bassi. Oggi i fiori sono una risorsa economica me nei secoli scorsi erano addirittura un tesoro: all’Orto Botanico cittadino spiegano che ad Amsterdam con un bulbo di tulipano si poteva barattare un’abitazione signorile.
Silenziosa e graziosa, anche Leiden ha avuto il suo quartiere a luci rosse ed una storia a “lieto fine”. “Capelli verdi” era una ragazza che, si narra, sapeva come soddisfare i clienti meglio delle colleghe e sarebbe stata autorizzata a costruirsi una casa propria. Che oggi è dipinta di rosa e si trova in Groenhazengracht, praticamente di fronte a quella che viene descritta come le miglior panetteria della città.

Il turismo è la risorsa che Leiden intende “drenare”. Gli arrivi sono in aumento, anche dall’Italia. Anche se non è chiaro attraverso quali rotte i viaggiatori del Belpaese arrivino qui. Con il treno e pochi spicci si arriva dall’aeroporto di Amsterdam, mentre con l’auto ci vuole molta pazienza. Il navigatore, una volta arrivati in periferia, indica quasi mezz’ora di strada per raggiungere il centro. Tutto vero: ma non per via del traffico, ma delle strade, a misura di pedone e ciclista, e dei limiti velocità. Urbanisti ed amministratori chiariscono subito chi è più e chi è meno benvenuto nella città senza inferriate. Dove la sicurezza viene garantita da una Polizia che fa di tutto per non farsi vedere e dove viene parlato un inglese al limite della perfezione, grazie anche al fatto che i film non vengono doppiati. La tolleranza e la conoscenza si diffondono con la “normalità”.

Del resto esiste un legame storico impressionante tra Leiden ed il mondo anglosassone: i Padri Pellegrini vissero per 12 anni in città prima di partire dalla volta degli Stati Uniti e spalancare le porte dell’Europa al nuovo mondo. Non solo Obama, ma anche i presidenti Grant, Coolidge, Taylor, F.D. Roosevelt e Bush avevano antenati tra i padri pellegrini di Leiden.

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